IMPRENDITORI OGGI L’ITALIA DELLE STARTUP. La storia di Adventure Addicted

“IMPRENDITORI OGGI L’ITALIA DELLE STARTUP” è la rubrica settimanale che ho pensato per raccontare il mondo delle startup con gli occhi degli startupper. Una breve storia che pone l’attenzione sulle persone, spiegando le dinamiche che hanno portato dall’idea all’esecuzione, e dando una possibile immagine della startup in futuro.

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Oggi parliamo di Adventure Addicted, un progetto nato dalla passione di tre ragazzi romani.

CO-FOUNDER

Ho incontrato per la prima volta Pietro, Gabriele e Ottavio a metà Marzo in Bocconi, durante uno Startup Grind. Quando mi hanno raccontato della loro startup sono rimasto colpito, oltre che dall’idea, dalla passione che mettevano nel parlarmene. Così ho pensato di scrivere di loro, dando vita ad una rubrica che da tempo meditavo di realizzare.

Una settimana dopo li contatto e ci accordiamo per un’intervista. E il 23 Marzo, alle 19.00, in Corso Como, quell’intervista comincia così (dopo aver ordinato da bere):

-“Allora ragazzi, mi dite in 30 secondi cosa fa ADVENTURE ADDICTED?”,

– “Adventure Addicted è una piattaforma che permette agli appassionati di qualsiasi sport outdoor di praticare i propri sport preferiti con facilità, risolvendo i problemi legati alla conoscenza del posto, alla compagnia e soprattutto alla sicurezza”. (Qui il link)

Sì, perché questi tre fattori per lo sport outdoor sono critici. Le attività outdoor si praticano in natura e vanno dallo sci, al surf, alla mountain bike, all’arrampicata, e ne comprendono tanti altri. Quindi sono degli sport che dipendono totalmente dalle condizioni climatiche e dalle tipologie di terreno. Ed è per questo che gli appassionati viaggiano per il mondo pur di praticarli. Ma ciò comporta delle difficoltà.

Bisogna conoscere il posto e sapere dove andare, sia per trovare la discesa più bella ad esempio, sia per evitare pericoli, come le valanghe. E poi, ci tengono a precisare, c’è una regola non scritta in questi sport; MAI PRATICARLI DA SOLI!

Praticarlo in compagnia infatti non è solo motivo di sicurezza, non vuol dire solo dividere le spese, ma è anche una questione emozionale; di condivisione. “Happiness is only real when shared” mi dicono (è la frase di “Into the wild”, uno dei loro film preferiti).

STORIA

Ed ecco come nasce Adventure Addicted.

Pietro, Gabriele e Ottavio si conoscono sin da bambini e lo sport è sempre stato l’elemento comune della loro vita. Sono stati educati allo sport dai genitori, anche loro appassionati di outdoor. Quando vivevano a Roma ai ragazzi risultava facile organizzare delle uscite per fare sport; conoscevano dove andare e con chi. Ma due anni fa scelgono di trasferirsi a Milano per studiare. Ed è proprio da Milano che comincia la storia di Adventure Addicted.

Mi spiegano come per la prima volta si trovarono ad affrontare le famose criticità POSTO-COMPAGNIA-SICUREZZA.

Consultavano il meteo assiduamente e quando uno dei tre si rendeva conto che le condizioni meteo del giorno dopo erano ideali per un’uscita chiamava gli altri, i quali però, studiando in facoltà diverse, tra esami e lezioni, non erano quasi mai disponibili. Inoltre non conoscevano altre persone di Milano con la stessa passione e che sapessero indirizzarli.

Allora, spinti dalla voglia di avventura, solo Pietro e Ottavio riescono ad organizzarsi per un viaggio in Giappone. Cominciano quindi a spargere la voce per trovare altre persone con cui condividere il viaggio. E quando trovano dei compagni con cui partire si rendono conto di come anch’essi, nonostante fossero più grandi ed esperti di loro, riscontrassero gli stessi problemi. Queste persone inoltre cominciarono ad affidarsi completamente ai due ragazzi che divennero i soli responsabili dell’organizzazione del viaggio. Così iniziarono a pensare di organizzare più spesso questi viaggi coinvolgendo altri appassionati ed occupandosi personalmente di ogni dettaglio.

Siamo a Gennaio 2016 e mentre Pietro e Ottavio vivono la loro avventura, Gabriele, rimasto a casa, “rosicava” (come lui stesso mi dice). “A me rodeva perché io ero a casa mentre questi due sciavano in Giappone”. Ridono.

Allora anche a Gabriele viene un’idea. Comincia a chiedersi: “E se esistesse una specie di Blablacar per lo sport? Un servizio che mi permette di vedere le gite che stanno organizzando le altre persone e di aggiungermi se interessato? Un Blablasport insomma”.

Così, dopo quel viaggio, i tre ragazzi cominciano a discutere le loro idee fino a partorire quel concept che prenderà poi la forma di Adventure Addicted.

-“Quindi è grazie al Giappone che nasce la startup?” chiedo.

-“Diciamo che il Giappone è stato fondamentale per gettare le basi. Ma è tra Giugno e Luglio dello scorso anno che decidiamo di dar vita ad Adventure Addicted. È stato grazie al Marocco!”. Si guardano e sorridono. Mentre lo dicevano erano visibilmente emozionati.

Dopo il Giappone riescono infatti ad organizzare un’avventura di oltre 40 giorni in Marocco coinvolgendo nuovamente altre persone.

Mi parlano del Marocco come “l’avventura elevata all’ennesima potenza”. Partono a metà luglio da Roma con l’auto che diventerà la compagna di avventure del team e mascotte di Adventure Addicted; “Mafalda”, una Toyota Land Cruiser del 2002, del padre di Pietro, che per 41 giorni ha fatto anche da casa ai ragazzi. Dormivano in quell’auto!

Arrivati in Marocco dal primo giorno cominciano a praticare ogni tipo di sport possibile. Arrampicata, sandboard, off-road, surf, ecc. Un’avventura vissuta tra 4 catene montuose, 2 deserti, l’Oceano Atlantico ed il Mar Mediterraneo.

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due foto dei ragazzi e Mafalda, durante il viaggio in Marocco

“Gli ultimi giorni in Marocco pensavamo a quanto fosse bello tutto ciò che stavamo vivendo noi” dicono, “Allora fissammo un obiettivo comune. Dovevamo permettere a tutti gli sportivi di poter provare le nostre stesse emozioni. Dovevamo creare qualcosa che rendesse tutto quanto più semplice e accessibile”.

Infatti, tornati dal Marocco, cominciano a lavorare su Aventure Addicted e neanche un mese dopo, mentre si trovavano in montagna, incontrano una delle persone con cui Pietro e Ottavio avevano condiviso il viaggio in Giappone. Gli raccontano il progetto e lui, cosciente dei problemi organizzativi di questi sport e delle capacità dei ragazzi, si offre, insieme ad un suo amico, di finanziare tutta la parte di sviluppo.

Adventure Addicted ha inizio.

ADVENTURE ADDICTED FINO AD OGGI

È il momento di lavorare. I ragazzi aprono la pagina Facebook (qui il link), cominciano a studiare il mercato, a mettere su un business plan e a realizzare le analisi swot. Si rendono subito conto che il mercato è grande e che i competitor sono specializzati per singoli sport. Quindi sarebbe Adventure Addicted l’unica ad occuparsi di ogni sport outdoor a 360 gradi.

A novembre la società è costituita e da lì in poi i ragazzi si imbattono in molte persone che li aiutano a mettere in piedi la startup. Tra questi Raimondo di Officine 06, la persona che realizza la parte software dando vita alla piattaforma, insieme a tutto il suo team, ed Alessandro, un amico e compagno di studi che aveva condiviso con i ragazzi l’esperienza in Marocco, che si appassiona al progetto ed entra in società, diventando un importante elemento del team.

Nel frattempo Pietro, Ottavio e Gabriele continuano a viaggiare per sport, insieme ad una Mafalda sempre più stampigliata con i loghi della startup, e postano sulla pagina Facebook tutte le loro avventure. In due mesi la pagina facebook supera i 2500 like.
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Tutto porta ad oggi. Un’app pronta per essere lanciata entro i primi di Aprile.

Sapete, loro hanno insistito perché scrivessi dell’app. E vi dico che, dopo averne ascoltato le funzionalità, ho capito perché ci tenessero così tanto. L’app è pensata come un gioiellino di cui qualunque appassionato o curioso non potrebbe fare a meno. Ci si registra, si scelgono gli sport di interesse e si ricerca la gita (che dura una giornata o un weekend) o l’avventura (un viaggio) alla quale potersi aggiungere; oppure un utente crea la propria gita aspettando che si aggiungano altre persone. Ma la parte più importante e che risolve la terza criticità (sicurezza) è la funzione “S.O.S.”.

Questa funzione permette di conoscere le coordinata gps relative alla posizione di un utente e di chiamare, direttamente dall’app, i soccorsi. Immagina di esserti ferito in montagna e di non sapere esattamente dove sei; hai bisogno di cure mediche magari piuttosto urgenti. Come fai?

Adventure Addicted ha risolto il problema.

DOVE SARÀ ADVENTURE ADDICTED NEI PROSSIMI ANNI

-“Innanzitutto il mercato al quale ci rivolgiamo è l’Europa; l’utente medio infatti è internazionale. Sappiamo che la maggior parte delle persone che praticano sport outdoor è situata sull’arco alpino, tra Italia, Germania, Francia, Austria e Svizzera; per questa ragione app e sito sono completamente in inglese”.

Allora chiedo: “parlatemi meglio degli obiettivi che vi siete posti da qui ad un anno”.

-“Il nostro obiettivo è la crescita; una crescita quanto più rapida possibile. Quindi conquistare l’arco alpino entro 1 anno, raggiungendo un minimo di 10.000 iscritti”. Continuano: “Adventure Addicted dovrà diventare la community di riferimento di chi ama lo sport outdoor. Vogliamo diventare un elemento indispensabile per chi pratica questi sport”.

-“Insomma avete le idee chiare a quanto sembra” gli dico, “Ma se vi chiedessi dove vedete Adventure Addicted tra 5 anni?”, sorridono ma rispondono senza indugio.

-“Crediamo di poter espanderci in tutta EUROPA e perché no in tutto il MONDO. Crediamo che la community si autoalimenti e cresca in modo naturale. E in un futuro ancora più lontano vediamo Adventure Addcited come sponsor di eventi e competizioni agonistiche di sport outdoor. Certo avremo bisogno di investitori, per questo vogliamo entrare in un incubatore che ci dia una mano a crescere insegnandoci come ci si muove e come poter trovare i fondi necessari alla nostra crescita”.

CONSIGLIO

Questa è stata la mia ultima domanda: “bene ragazzi allora che ne dite di chiudere con un vostro consiglio a chi vuole intraprendere la strada della startup?”.

Questa la loro ultima risposta; il consiglio di Pietro, Gabriele e Ottavio: “Se capisci di avere un’idea che viene da dentro, che ti soddisfa personalmente; se capisci che può essere realizzata e se la possibilità che si realizzi ti esalta; se capisci questo, allora impiega tutte le risorse che hai per renderla realtà”.

Sono state circa due ore di intervista, ma sono volate. Mi sono reso conto della passione incondizionata che i ragazzi provano per questi sport e di quanto credano in Adventure Addicted. Sono stato felice di aver inaugurato la mia rubrica con loro, perché sono proprio questi gli IMPRENDITORI di OGGI dei quali voglio parlare per raccontare L’ITALIA DELLE STARTUP.

io insieme a Pietro, Gabriele e Ottavio, dopo l’intervista

Gabriele Litti (Walter Litty) –Pagina Facebook – LinkedIn – Twitter – littis92@gmail.com

Ah, quasi dimenticavo, il motto di Adventure Addicted è

Andare sempre; non importa dove!”, sono forti ‘sti tre eh!?

Ma la realtà virtuale non costa troppo?

La Virtual Reality (VR) è una realtà simulata descrivibile come uno spazio virtuale con il quale poter interagire attraverso un visore e altri dispositivi (guanti, joystick, ecc).

E di VR si parla da moltissimo tempo, ma mai come negli ultimi 2-3 anni. E la ragione, a mio avviso, sta proprio nella pubblicità, giustificata dagli enormi investimenti, che la grandi aziende fanno della realtà virtuale. Su tutte sicuramente Facebook che nel 2014 ha acquistato Oculus Rift per la modica cifra di 2 miliardi di dollari.

Ma l’interesse delle grandi company (oltre Facebook anche Goolge, Samsung, Sony, HTC con Valve, ecc) così come quello di molte startup, è inevitabilmente legato alle prospettive che crea questa tecnologia, soprattutto in settori come entertainment, gaming, film, retail e altri più “particolari” come il mercato delle scommesse, e non solo (leggi qui)oculus-rift-cv1-e3-2015-paul-james

Pensa che un anno fa la Goldman Sachs ha stimato che il mercato della realtà virtuale insieme a quello della realtà aumentata potrà raggiungere un valore di 80 miliardi entro il 2025. (leggi qui).

Nonostante ciò però i dati del 2016 sono stati meno rosei di quanto ci si aspettava. Infatti solo i dispositivi meno costosi e performanti hanno avuto successo. Addirittura i cardboard di Google hanno raggiunto il 69% della quota di mercato, i Samsung Gear VR il 17%, ed il restante 14% diviso tra HTC VIVE, PlayStation VR, e altri. Oculus rift non è neanche riuscito a raggiungere il punto percentuale.

La ragione è palese. Il prezzo.

Per un OCULUS RIFT infatti la spesa media supera i 700€, un HTC VIVE invece costa anche di più (oltre 900€). Inoltre questi dispositivi devono essere supportati da PC di ultima generazione che reggano hardware così potenti.

Acquistare dispositivi di alta gamma insomma equivale oggi ad investire in uno strumento ludico che (a quanto pare) non vale tutti quei soldi.

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io durante il mio viaggio intorno alla stazione spaziale internazionale

Ti voglio confermare però quanto sia “wow” un’esperienza in realtà virtuale. Ho avuto il piacere  di provare un oculus VR. Ho “visitato” la stazione spaziale internazionale e ti assicuro che è stata grandioso; ho vissuto una realtà simulata super immersiva. Sembrava di essere davvero nello spazio.

Ma c’è un dato di fatto; il mercato. I consumatori hanno parlato forte e chiaro. A queste condizioni (una media di 800€ per il dispositivo VR e, se non lo si possiede, circa 1000€ per il computer) affari non se ne fanno.

Quindi, perché la virtual reality possa davvero decollare, i prezzi per accedere ai dispositivi più performanti (non me ne vogliano cardboard e co) DEVONO diminuire!

E, notizia delle ultime settimane, sembra che Mark Z lo abbia capito. Oculus ha infatti annunciato una riduzione del prezzo dei visori di 200 dollari (leggi qui). Basterà!?

Staremo a VEDERE (ahahahah).

Sempre tuo,

Walter Litty (Gabriele Litti) – Pagina Facebook – LinkedIn – Twitter – littis92@gmail.com

Bitcoin e la criptovaluta tutta. Opportunità!?

Nelle ultime settimane il bitcoin è stato prima scambiato per un valore superiore a quello dell’oro (leggi qui), poi il valore è precipitato ed infine la SEC ne ha bocciato la quotazione (leggi qui).

Insomma il bitcoin è al centro dell’attenzione. Pare esistano però due fazioni contrapposte. Sostenitori e oppositori.

I sostenitori invocano cambiamento e innovazione e spesso si schierano verso la parte più “anarchica” che si oppone al monopolio governativo della moneta e ad un sistema bancario lento e rigido.

Gli oppositori, perlopiù appartenenti al mondo della finanza, trovano invece rischiose le transazioni di danaro senza intermediari, nonostante la sicurezza garantita dalla blockchain, e vorrebbero regolamentare la criptovaluta.

Bitcoin

Ma proviamo ad osservare il bitcoin in modo più critico e superpartes. Ecco le 6 caratteristiche più rilevanti:

  • L’offerta di bitcoin è inelastica e quindi non varia con la domanda;
  • Le transazioni in bitcoin sono molto veloci. Possono richiedere qualche minuto se si richiede la conferma dalla blockchain o possono essere istantanee se sono operazioni a “zero conferma”;
  • le spese di transazione sono gratuite o comunque molto più basse dei sistemi tradizionali;
  • una persona che ha inviato bitcoin non può tentare di recuperarli senza il consenso del destinatario;
  • le transazioni in bitcoin sono basate su un sistema crittografato, su una chiave pubblica e una privata;
  • grazie alla blockchain tutti conoscono le transazioni avvenute, il loro valore e dove erano indirizzate, ma si conoscerà solo l’indirizzo bitcoin, non il proprietario e le sue generalità.

Personalmente vedo il bitcoin come un’opportunità. Credo però che sia necessaria una maggiore fiducia nella nuova valuta, a partire dalle istituzioni; pubbliche e private.blockchain-consensus

Non credo invece alla morte delle banche centrali e piuttosto mi associo all’idea che la valuta digitale insieme alla blockchain possa fare una concorrenza legale ai sistemi tradizionali.

Se vuoi approfondire l’argomento eccoti due link che sapranno esserti d’aiuto:

L’idea di Ferdinando Ametrano (Link), uno dei maggiori esperti di bitcoin in Italia                ed il Tedx, full english, di Don Tapscott  (Link).

Walter Litty (Gabriele Litti) Email: littis92@gmail.com    LinkedIn – Twitter – Facebook

“Future Viewing” un esempio da seguire per promuovere la sicurezza informatica

GRAZIE GOOGLE.

Il 5 marzo 2017, a Milano, in Via Vincenzo Capelli, intorno alle 17.00, dopo 1 ora e mezzo di fila, ho potuto visitare “Future Viewing”, la mostra d’arte organizzata da Google. Tema della mostra la sicurezza informatica.

Si è trattato di un percorso da fare indossando i cardboard (i visori low cost made in Google) che mostravano delle opere realizzate totalmente in virtual reality con l’app “Tilt Brush”. Ogni opera riportava al tema della mostra.

io goo eccomi durante la visita alla mostra

Ma se ti stai chiedendo perché proprio BigG si sia scomodata così tanto da ideare un evento tutto basato sulla sicurezza online sappi che non è “future viewing” la prima iniziativa di Google sul tema. Lo ricordi il bus di Google che viaggiò per Milano, Bologna, Roma, Napoli e Cagliari? (leggi qui).

Bene. Il motivo per cui Google decide di far sentire la sua voce sul tema “sicurezza informatica” è palese oggi più che mai. Il 2016 è stato l’anno peggiore in termini di cybersicurezza, e lo accerta il rapporto Clusit, Associazione italiana per la sicurezza informatica (leggi qui).

I dati sono eclatanti ed allarmanti. Le attività di crimine informatico sono in aumento del 9,8% e sale a +117% il numero di attacchi a scopo di cyberwerfare. Il nostro Paese ha registrato 1050 attacchi informatici classificati come “gravi” ed è salito nella top ten dei paesi più colpiti al mondo. Il più grave tra gli attacchi subiti in Italia è stato sicuramente quello alla Farnesina (leggi qui).

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A livello macro altri eventi hanno fatto rumore negli ultimi mesi, come gli attacchi informatici all’ospedale di Hollywood, la cyber-rapina alla Banca del Bangladesh, il furto degli account Yahoo e quello dei dati degli utenti Friendfinder (sito di incontri).

Nonostante ciò però le persone sembrano essere poco informate sul tema. Forse ritengono ancora che un mondo virtuale sia in quanto tale separato da quello reale; forse ritengono ancora che essere utente non voglia dire essere persona.

È chiaro allora come, oltre alle necessarie manovre governative (vedi novità sul decreto) o ai software e hardware dedicati diventa necessario sviluppare dei programmi e delle attività di sensibilizzazione. E ancora poche sono le organizzazioni che DAVVERO si mobilitano per rendere le persone coscienti e consapevoli dei pericoli reali di un mondo virtuale, educandole a dar peso alle loro azioni online ed offline per difendersi dai crimini informatici.

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Ecco perché ho cominciato questa mia riflessione ringraziando Google. Perché è una delle poche organizzazioni che concretamente sta ponendo l’attenzione sul tema mettendo al centro le persone.

Sai, “future viewing” non è stato nulla di SORPRENDENTE, niente di “WOW”, ma è di certo stato un modo originale ed efficace per dire: “FATE ATTENZIONE!”, per incuriosire e quindi motivare la gente a porsi delle domande sulla sicurezza informatica. È questo ciò che serve; sensibilizzare le persone, renderle attente ed informate.

Ora, semmai con queste poche righe ti avessi spinto ad informarti di più :), ti segnalo qui sotto due link che indicano le buone prassi da seguire ed i mezzi più utili per la tua sicurezza informatica; uno è del Ministero Della Difesa e l’altro è dell’uomo che il mondo intero ci invidia, il maestro Aranzulla:

Ministero Della Difesa \ Sua Immensità Aranzulla salvatore-aranzulla-1

Adesso scusa ma ti saluto, vado a fare il back-up dei miei dati ed a cambiare tutte le mie password! Non si sa mai…

Alla prossima Gabriele Litti (WALTER LITTY)  littis92@gmail.com – LinkedIn – Twitter – Facebook