ECCO COME ELON MUSK IMPARA MEGLIO E PIÙ VELOCEMENTE DI CHIUNQUE ALTRO

Qualche giorno fa ho letto l’articolo di Michael Simmons dal titolo “How Elon Musk learns faster and better than everyone else“. Ho sempre avuto delle idee molto affini ai concetti che leggerete qui e francamente trovo che questo pezzo possa fornire degli spunti sui quali in tanti dovrebbero riflettere. Per questo motivo ho deciso di tradurlo. Quindi, THANK YOU MICHAEL… 
i hope you enjoy it!

Com’è possibile che Elon Musk sia riuscito a fondare 4 aziende multimiliardarie prima della metà dei suoi 40 anni, in 4 diverse aree (software, energia, trasporti e aereospazio)?

Per spiegare il successo di Musk, alcuni si sono soffermati sulla sua eroica etica del lavoro (lavora regolarmente 85 ore a settimana), la sua abilità nel determinare delle visioni distorte sul futuro e la sua incredibile resilienza.

Ma Musk non è l’unico a possedere questi tratti. Allora che cos’è che lo differenzia dagli altri, realmente? Dopo aver letto dozzine di articoli e libri e guardato diversi video sul personaggio, l’autore dell’articolo ha notato la mancanza di un grosso pezzo del puzzle. Frasi fatte dicono che: “per raggiungere alti livelli ci si dovrebbe concentrare su un’unica area”. Musk infrange questa regola. Le sue competenze infatti vanno dalle scienze missilistiche, all’ingegneria, alla fisica e l’intelligenza artificiale, fino all’energia solare.

L’autore ha definito persone come Musk “esperti generalisti” (termine già coniato da Orit Gadiesh, presidente di “Brain&Company”).

Gli esperti generalisti studiano ampiamente diversi settori, comprendendo in modo approfondito i principi che connettono questi settori tra loro, e successivamente applicano tali principi a ciò in cui sono specializzati.

L’autore, basandosi sulla sua recensione riguardante la vita di Musk e la letteratura accademica relativa all’apprendimento e alle abilità, è convinto che tutti noi dovremmo imparare attraverso diverse discipline, in modo tale da aumentare le nostre probabilità di un “successo innovativo”. 

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IL MITO DELL’APPRENDISTA DI TUTTO

Se tu sei una persona che ama imparare in varie aree, probabilmente avrai familiarità con questi consigli:

“Cresci. Concentrati su un unico settore”.

“Apprendista di tutto. Maestro di nulla”.

L’assunzione implicita è che se studi in aree multiple, imparerai soltanto ad un livello superficiale, non specializzandoti mai.

Il successo degli esperti generalisti nel corso del tempo ha mostrato però che questo concetto è sbagliato. Imparare attraverso aree multiple permette di avere un vantaggio informativo (e quindi un vantaggio innovativo) perché la maggior parte delle persone si focalizza solo su un campo.

Per esempio, se sei in un’industria tecnologica e chiunque all’interno di quell’azienda legge soltanto pubblicazione tecnologiche, ma tu ne sai anche di biologia, allora soltanto tu hai l’abilità di far emergere delle idee che quasi nessun altro potrebbe avere. Viceversa, se sei un biologo, e nell’organizzazione in cui lavori, soltanto tu comprendi l’intelligenza artificiale, allora hai un vantaggio informativo su chiunque altro.

DETTO CIÒ, POCHE PERSONE IMPARANO EFFETTIVAMENTE AL DI LÀ DEL LORO SETTORE

Ogni nuovo concetto che impariamo, che non è familiare al nostro settore, ci dà l’abilità di fare delle combinazioni che altre persone non riescono a fare. È questo il vantaggio dell’esperto generalista.

Un affascinante studio dà rilevanza a questa opinione. Lo studio ha esaminato come i maggiori 59 compositori dell’Opera, del 20esimo secolo, padroneggiassero le loro abilità. Contro la narrativa convenzionale per cui il successo dei migliori performer può essere spigato esclusivamente da pratica e specializzazione, il ricercatore Dean Keith Simonton ha scoperto l’esatto opposto: “le composizioni dei compositori di maggior successo, tendono a rappresentare un mix di generi. I compositori erano abili ad evitare l’inflessibilità dovuta dalla eccessiva specializzazione, attraverso degli allenamenti incrociati”.

IL POTERE DI MUSK DELL’ APPRENDIMENTO TRASFERITO

A partire dai primi anni della sua adolescenza, Musk avrebbe letto fino a due libri al giorno su varie discipline, stando a quanto raccontato da suo fratello, Kimbal Musk. Per contestualizzare, se tu leggi un libro al mese, Musk leggeva 60 volte più di te.

Elon-Musk_581eca17-8d3b-4397-9a20-1e45025f9522_grandeAll’inizio, le letture di Musk erano sulle fiction scientifiche, la filosofia, la programmazione e biografie di scienziati, ingegneri e imprenditori. Crescendo le sue letture e i suoi interessi si sono allargati alla fisica, l’ingegneria, product design, economia, tecnologia e energia. Questa sete di conoscenza gli ha permesso di esporsi ad una varietà di discipline che non avrebbe mai imparato con la scuola.

Ma Musk è anche bravo a mettere in pratica una precisa tipologia di apprendimento della quale la maggior parte delle persone non è cosciente: l’APPRENDIMENTO TRASFERITO.

L’apprendimento trasferito consiste nel prendere ciò che si conosce in un determinato contesto e applicarlo in un altro. Come potrebbe essere, per esempio, prendere il succo di ciò che abbiamo imparato a scuola o su un libro ed applicarlo nel mondo reale. Ma potrebbe anche essere ciò che abbiamo imparato in un’azienda ed applicarlo in un’altra.

È qui che Musk brilla! Molte delle sue interviste mostrano che lui ha un unico processo di due fasi per favorire l’apprendimento trasferito.

PRIMA, SCOMPONE CIÒ CHE CONOSCE FINO AI SUOI PRINCIPI BASILARI

Musk ha descritto come lo fa:

“è importante vedere la conoscenza come una sorta di albero semantico: assicurarsi di comprenderne i principi basilari. Per esempio, è necessario conoscere il tronco e i suoi grandi rami, prima di raggiungere le foglie, o non ci sarà nulla per queste su cui aggrapparsi.

Le ricerche suggeriscono che approfondendo le proprie conoscenze ad un livello più profondo, i principi astratti ne facilitano l’apprendimento trasferito. Altre ricerche suggeriscono anche una tecnica particolarmente efficace per aiutare le persone a intuire i principi basilari. Questa tecnica è chiamata “I CASI CONTRASTANTI”.

Ecco come funziona: “diciamo che tu voglia scomporre la lettera “A” e comprendere in profondità i principi che rendono una “A” una A. Diciamo inoltre che hai due possibili approcci con cui farlo:

A vs A

Quale approccio pensi funzionerebbe meglio?

  • Approccio 1: ogni diversa “A” dà più indicazioni rispetto a ciò che è uguale e ciò che è diverso in ogni A.
  • Approccio 2: nessuna “A” ci fornisce un’indicazione.

Osservando tra i tanti casi relativi a quando impariamo qualcosa, noi cominciamo ad intuire ciò che è essenziale e addirittura crea le nostre uniche combinazioni.

Che cosa significa questo nella vita di tutti i giorni? Quando saltiamo in un nuovo settore, non dovremmo applicare un solo approccio. Dovremmo esplorarne più di uno, decostruendo ognuno di essi, per poi compararli e metterli in contrasto. Ciò ci aiuterà a sbloccare i principi basilari.

SUCCESSIVAMENTE, RIEDIFICA I PRINCIPI FONDAMENTALI IN NUOVI SETTORI

La seconda fase del processo di trasferimento dell’apprendimento di Musk coinvolge la ricostruzione di principi fondamentali che ha imparato nel campo dell’intelligenza artificiale, tecnologia, fisica e ingegneria e altri settori:

  • nel settore aerospaziale creando SpaceX,
  • nel settore automotive creando Tesla con caratteristiche di auto-guida,
  • nei treni concependo Hyperloop,
  • nell’aviazione immaginando veivoli elettrici che decollano verticalmente dal terreno;
  • Nella tecnologia immaginando una “stringa neurale” che si interfaccia con il cervello;
  • Nella tecnologia co-fondando “Open AI”, un’organizzazione no-profit che limita la probabilità di un futuro negativo dovuto all’intelligenza artificiale.

Keith Holyoak, un professore di psicologia dell’UCLA e uno dei massimi pensatori al mondo sul ragionamento analogico, suggerisce alla gente di porsi le due domande seguenti, al fine di perfezionare le proprie competenze: “Che cosa mi ricorda?” E “perché mi ricorda proprio questo?”

Guardando costantemente gli oggetti nel tuo ambiente e il materiale che leggi, e ponendoti queste due domande, costruisci i muscoli nel tuo cervello che ti aiutano a creare connessioni  oltrepassando i confini tradizionali.

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MORALE DELLA FAVOLA: NON È MAGIA. E’ SOLO IL GIUSTO PROCESSO DI APPRENDIMENTO.

Ora, possiamo iniziare a capire come Musk sia diventato un esperto generalista di prim’ordine:

1) Ha trascorso molti anni leggendo 60 volte di più di qualunque altro avido lettore;

2) Ha letto molto di tante differenti discipline;

3) Ha applicato costantemente quello che ha imparato decomponendo le idee in principi fondamentali e ricostruendole in modi nuovi.

Al livello più profondo, quello che possiamo imparare dalla storia di Musk è che non dovremmo accettare il dogma che la specializzazione è il percorso migliore o l’unico percorso rivolto ad una carriera di successo e ad alto impatto. Il celebre esperto Buckminster Fuller sintetizza un cambiamento nel modo di pensare che tutti dovremmo prendere in considerazione. Lo condivise una decina di anni fa, ma rimane rilevante ancora oggi:

“Siamo in un’epoca che presuppone che le restrittive tendenze di specializzazione siano logiche, naturali, e desiderabili… Nel frattempo, l’umanità è stata privata di una visione complessiva. La specializzazione ha dato vita a sentimenti di isolamento, inutilità e confusione negli individui. È anche il risultato dell’abbandono della responsabilità, da parte dell’individuo, di pensiero e azione sociale nei confronti degli altri. La specializzazione crea pregiudizi che in ultimo si aggregano in una discordia internazionale e ideologica, che poi porta alla guerra”

Se ci dedicassimo del tempo e imparassimo i concetti fondamentali di diversi settori e poi li ricollegassimo alla nostra vita e al mondo, il trasferimento di quei concetti tra le aree diverrebbe molto più facile e veloce.

Mentre costruiamo un serbatoio di “principi primari” e associamo tali principi a diverse aree, improvvisamente guadagniamo il superpotere di entrare in nuovi campi fino a prima sconosciuti, dando velocemente dei contributi unici.

the-13-craziest-things-elon-musk-believes-right-nowCapire i superpoteri di apprendimento di Musk ci aiuta ad ottenere una certa visione del modo con cui egli riesce ad entrare in un settore, che è rimasto stabile per di più di 100 anni, cambiando completamente tutte le basi di come quel settore compete.

Elon Musk è unico nel suo genere, ma le sue abilità non sono magiche.

Ci tengo a ringraziare Silvia Soda e Davide Gigante, colleghi ed amici, che mi hanno fornito un prezioso aiuto nella traduzione e un confronto critico e aperto sui temi affrontati nell’ articolo.

Walter Litty (Gabriele Litti)LinkedIn Twitter Facebook littis92@gmail.com \ littis@hotmail.it

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È l’anno della BLOCKCHAIN! Te la spiego così

“È l’anno della blockchain!”, sentenziano in molti. In effetti quando si parla di questa tecnologia, qualunque sia l’analisi di partenza, tutte le riflessioni convergono verso una stessa conclusione; la catena dei blocchi rivoluzionerà drasticamente i mercati e le economie.  Il World Economic Forum ha addirittura stimato che, nel 2025, il 10% del PIL mondiale deriverà da tutte quelle aziende che erogano prodotti e servizi legati a blockchain.

Insomma chiunque abbia un interesse verso il mondo di impresa e le innovazioni, e voglia rimanere aggiornato sulle nuove opportunità di mercato, avrà probabilmente già letto di blockchain, e ancora più probabile è che lo abbia fatto passando per il tema “cryptovaluta”.

E anche io sono uno di quelli che sta provando a capirci di più.

Tra tutti i materiali che ho trovato e studiato, quello che ho apprezzato di più, per completezza e chiarezza espositiva, è il video di bitcoinproperly.org. Ecco il link che porta direttamente al video: https://www.youtube.com/watch?v=oSP-taqLWPQ.

Essendo il contenuto in lingua inglese ho pensato di tradurlo e, sotto, ne ho riassunto e rielaborato i punti più importanti.

All right, let’s start!

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La Blockchain

La blockchain ha un’influenza tale sull’economia mondiale da determinare un cambiamento radicale del concetto stesso di commercio. E quando si parla di blockchain, quasi sempre, il pensiero va alla più famosa tra le cryprovalute; il bitcoin. Ma basta osservare più in profondità questa tecnologia per rendersi conto di quanto l’aspetto legato allo scambio monetario sia soltanto la punta dell’iceberg; una delle tantissime applicazioni di blockchain.

Useremo però proprio il bitcoin per spiegare in modo universale le dinamiche e i processi di una catena dei blocchi.

È noto che la complessità del commercio determini la necessità di ordinare tutte le informazioni legate alle transazioni tramite la contabilità. Ma queste informazioni sono in gran parte isolate e chiuse al pubblico, così, per avviare, gestire e concludere delle transazioni, organizzazioni e individui hanno difficoltà a riporre la loro fiducia negli altri. Proprio la mancanza di fiducia li porta a rivolgersi a terze parti e ad intermediari, come le banche.

Ed è su questo scenario che blockchain e cryptovaluta agiscono.

La catena dei blocchi è una rete di nodi (computer e altri hardware) che mantengono una contabilità digitale collettiva. Questa contabilità non è controllata da una sola parte o da pochi enti centrali ma è pubblica e disponibile in un libro mastro distribuito nella rete. In pratica tutte le transazioni sono registrate rispetto a data, ora, partecipanti allo scambio e ammontare dello scambio, e ogni nodo possiede una copia completa dalla blockchain.

Inoltre ogni transazione è verificata dai miners, che ne accertano la validità (per sapere chi sono i miners ecco un VIDEO, in inglese, che lo spiega bene).

E oltre ai miners l’elevata sicurezza del sistema è garantita dai nodi che, per via automatica e con continuità, si accordano circa la correttezza del libro mastro e delle transazioni in esso presenti. In questo modo, se qualcuno tentasse di violare il sistema e corrompere una transazione, i nodi non raggiungerebbero un consenso e di conseguenza rifiuterebbero di incorporare quella transazione nella blockchain.

In pratica ogni nodo della rete deve essere d’accordo sul fatto che una transazione sia avvenuta alla data X e alle ore Y. È come se un notaio controllasse costantemente ognuna delle transazioni.

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Come sfruttare i bitcoin (e altri beni) e la Blockchain

Ma per trasferire un bitcoin è importante stabilire l’unità monetaria che la cryptovaluta rappresenta?

La risposta è NO! Un bitcoin infatti può essere rappresentativo di qualunque unità monetaria. E in realtà la tecnologia blockchain può essere applicata oltre che per il trasferimento di moneta anche per trasferire delle quote societarie, dei certificati di proprietà e documenti di ogni tipo, dei kilowatt ore di energia, o ancora dei punti premio, fino a rappresentare un voto durante le elezioni; e molto altro ancora.

Inoltre un bitcoin può, rispetto al suo valore, essere diviso in migliaia di unità identificabili, ed ognuna di esse può essere programmata in modo che vada a rappresentare un bene specifico (come uno di quelli detti sopra).

Quindi la blockchain è certamente un sistema veloce (bypassa gli intermediari) e sicuro per le transazioni monetarie, ma è anche più di questo.

Immagina un assegno che può essere utilizzato esclusivamente per pagare l’assistenza sanitaria a parti certificate. Immagina che dopo il primo pagamento a tali parti attraverso quell’assegno, per le successive transazioni non ci sia più bisogno di ripetere le solite prassi burocratiche, risparmiando tantissimo tempo.

Oppure immagina un’azienda che sia in grado di automatizzare la spesa che deve sostenere per stipendi, macchinari, materie prime, manutenzioni, fornitori ecc. in modo tale che quel denaro non possa essere speso altrove, e che possa farlo senza rivolgersi a contabili o a terze parti altre.

È ancora più evidente allora come la blockchain determini un incredibile risparmio di tempo e denaro, portando a una drastica diminuzione della burocrazia e ridisegnando i settori finanziari e i processi amministrativi, che comunque diventano, oltre che più efficienti, più trasparenti.

Uno sguardo a domani

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Guardando oltre e provando ad anticipare il prossimo futuro, sembra che la tecnologia della blockchain possa applicarsi ad un’altra delle aree tecnologiche più innovative e in auge degli ultimi anni; l’internet of things.

Nel prossimo futuro infatti, parte della nostra economia potrà essere retta dalle transazioni che avvengono tra macchina connesse all’IoT, come i distributori automatici o i droni.

È chiaro che le macchine non hanno alcuna familiarità con il concetto di fiducia, ma grazie alla blockchain il drone, ad esempio, consegnerà in modo automatizzato un certo pacco al giusto destinatario e saprà di essere stato pagato per farlo. Allo stesso modo un distributore automatico traccerà la propria fornitura e ordinerà i beni mancanti al fornitore, pagandolo.

Questi sono solo due esempi di come la catena dei blocchi può essere applicata, ma è palese il potenziale e l’enorme impatto che potrà avere nei vari settori della nostra economia. La blockchain spezza lo status quo abilitando nuovi mercati e riducendo drasticamente l’importanza dell’intermediario e della terza parte.

Il cambiamento di paradigma è iniziato; è arrivato il momento di discutere apertamente e criticamente su tutte le possibili applicazioni di questa tecnologia.

Se tu fossi interessato ad approfondire l’argomento, sia sfera informatica sia sfera imprenditoriale, voglio segnalarti il prossimo corso di Exosphere (il rivoluzionario incubatore di persone del quale ho parlato QUI) che, tra i vari laboratori, avrà proprio quello sulla Blockchain. Il corso si terrà a partire dal prossimo luglio, in Brasile, e il mentor che lo guiderà è Anish Mohammed, uno dei massimi esperti di tecnologie emergenti. Per maggiori info eccoti il LINK.

Walter Litty (Gabriele Litti) – LinkedIn – Twitter – Facebook – Pagina Facebook – littis92@gmail.com \ littis@hotmail.it

EXOSPHERE. IL FATTOR COMUNE È “IMPARARE AD IMPARARE”

In quest’articolo sono stati isolati e approfonditi i concetti di IMPARARE AD IMPARARE ed ESSERE PRONTI A FARE IMPRESA, entrambi estratti dalla storia di Exosphere per la rubrica “IMPRENDITORI OGGI” (leggi la storia).

L’approfondimento è il risultato delle interviste ad Antonio Ballette e Felice Rocchitelli, due ragazzi che hanno partecipato all’ultimo corso della Exosphere Academy, dal 09/01/2017 al 03/03/2017.

Antonio ha imparato ad imparare, Felice ha avviato la sua impresa.

IMPARARE AD IMPARARE. Antonio Ballette

La prima intervista è quella ad Antonio Ballette. Per il suo percorso in Exosphere ha scelto il laboratorio su python, un linguaggio di programmazione.

Chiamo Antonio su Skype il giorno successivo all’intervista con Manno. Antonio è un ragazzo modenese di 25 anni che da subito si è dimostrato molto amichevole e disponibile. La mia prima domanda è stata la seguente: “Antonio, tu hai imparato ad imparare giusto?”. Lui sorride e conferma: “hai detto bene!”.

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uno screenshot durante la call skype con Antonio

Allora chiedo ad Antonio di parlarmi di lui. Be’ la sua è una grande storia.

“Io sono classe ’92 e fino al 2014 studiavo economia, ma ti dico la verità, non mi piaceva il mondo accademico” ammette Antonio, e continua: “nell’estate di quell’anno, a Venezia, ci fu un Exobase (workshop che presenta Exosphere nel mondo) al quale partecipai. Lì conobbi Antonio Manno, al quale confidai il mio interesse per l’economia e la mia voglia di imparare a programmare, ma allo stesso tempo di quanto mi stesse stretto il sistema universitario. Così Antonio Manno, con il suo solito aplomb, mi invitò a mandare tutti a quel paese (nella forma più colorita dell’invito) e di raggiungerlo in Brasile per partecipare ai corsi di Exosphere”, mi dice ridendo.

Così, dopo poco, il ragazzo lascia l’Università e da Modena si trasferisce a Southampton per perfezionare l’inglese. Passò qualche mese lì, svolgendo “i soliti lavoretti che facciamo noi italiani quando andiamo in Inghilterra” mi svela.

Ma aggiunge: “rimasi in contatto con Antonio Manno e il suo team perché non era svanito il mio interesse per le materie economiche. E l’idea di diventare un exospheriano divenne sempre più forte. Allora tornai in Italia deciso a lavorare e guadagnare il necessario per concretizzare quell’idea. Trovai un impiego alla Coop fissandomi l’obiettivo di rimanerci qualche mese. Il tempo di mettere da parte i risparmi necessari a partire per il Brasile”.

Ma la vita sa essere strana. Infatti quell’idea doveva aspettare. Quei pochi mesi in Italia come allestitore per la Coop divennero quasi due anni.

II motivo è il seguente. In quel periodo il padre del ragazzo si ammala e lui non se la sente di partire e allontanarsi per due mesi. Purtroppo a metà ottobre del 2016 suo padre viene a mancare.

È a questo punto che mi rendo conto della suo coraggio. Mi ha detto: “non avevo scuse. Dovevo partire”. Allora Antonio manda la sua application ad Exosphere e viene accettato. Ma trova ancora una volta difficoltà. Gli alti costi del funerale, che deve

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una foto di Antonio Ballette e Antonio Manno

sostenere, rendono impossibile la sua partecipazione al corso. Quell’idea sembra dover rimanere tale. Quindi informa l’azienda della sua rinuncia, specificando della situazione.

Ma in Exosphere quello che conta (sul serio) sono le persone. Ecco la dimostrazione: subito dopo la mail di rinuncia, ad Antonio viene offerta una scolarship che copre l’intero costo del corso.

Questa storia Antonio la raccontava sorridendo. E mi ha detto scherzando: “una volta ricevuta la borsa di studio, davvero non avevo più scuse”. Antonio parte per il Brasile i primi di Gennaio di quest’anno.

Un viaggio che ha dovuto attendere dal 2014 al 2017.

Allora gli chiedo cosa, di Exosphere, lo avesse colpito al punto tale da rimanere ancorato all’idea di farne parte, per così tanto tempo.

Mi ha risposto: “È la capacità di Exosphere di rapportare hard e soft skills che ha fatto la differenza. In Exosphere costruisci la giusta mentalità per la nuova economia che sta nascendo. Con questa riesci a reinventarti ogni volta; abilità che non si acquisisce in nessuna Università”.

Ecco allora un prima peculiarità della persona che ha IMPARATO AD IMPARARE. La flessibilità.

Ma insisto. Chiedo allora ad Antonio: “Sapresti dirmi chi eri prima di Exosphere e chi sei oggi?”.

E Lui: “be’ prima di Exosphere ero un allestitore della Coop”, scherza. Poi continua: “prima avevo la classica mentalità di chi ha sempre vissuto in un paesino della provincia, oggi ho competenze di programmazione, che comunque sto perfezionando, ma soprattutto ho la capacità di vedere il mondo con occhi nuovi e più positivi. Tantissimi obiettivi non mi sembrano più così lontani o impossibili”.

“E allora il tuo obiettivo oggi?” chiedo. “Voglio entrare nel settore delle data analysis. Ma come Exosphere insegna bisogna sempre restare aperti a tutto”. “E vorresti fare impresa?”, incalzo, e lui: “forse, ma non al momento. Anche se ti dico che molti miei compagni del corso in Exosphere stanno avviando la loro startup”.

Continuo chiedendogli di descrivermi il concetto dell’imparare ad imparare.

La risposta: “l’imparare ad imparare è una crescita esponenziale. Nel senso che non apprendi linearmente solo un argomento per ragioni, spesso, obbligate (lavoro, studio, ecc), ma hai un obiettivo e lo persegui con un approccio privo di pregiudizi, le cui uniche regole sono curiosità e interesse”.

La mia intervista ad Antonio si è chiusa con la domanda: “consiglieresti Exosphere?”.

Lui: “Certo che lo consiglierei. Exosphere Ti dà la possibilità di incontrare persone ammirevoli e di ampliare le tue conoscenze. Inoltre sia i mentor sia i founder sono eccezionali. Skinner Layne è impressionante, ha una cultura immensa, mentre Antonio Manno in ambito personale è un esempio unico; nonostante quello che ha subito va avanti con il sorriso sulle labbra, cercando di far qualcosa per questo mondo. Sono di grande ispirazione”.

PRONTO A FARE IMPRESA. Felice Rocchitelli 

L’appuntamento con Felice era alle 10.30 di lunedì, mentre ero in treno per tornare alla mia terra natia, il Salento, per le vacanze di Pasqua. Partì da Milano con un

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Una foto di Felice

Freccia Bianca. Mi aspettavano oltre 9 ore di viaggio e avevo tutto il tempo necessario per ascoltare quanto Felice avrebbe voluto e potuto dirmi.

Alle 10.27 lo chiamo. Non risponde. Mando un messaggio e richiamo. Niente.

Dopo 10 minuti risponde al messaggio avvisandomi che un meeting lo avrebbe trattenuto per ancora un’ora. “Ah giusto! Ha iniziato il suo percorso imprenditoriale” penso sorridendo. Per fortuna ho altro da scrivere e posso aspettare.

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Sono le 11.45 e Felice mi chiama. Si scusa per il ritardo riassumendomi la sua mattina come un intreccio tra partner, commercialisti e formalità varie. Insomma il classico inizio di giornata di un neo imprenditore.

Felice è un ragazzo pugliese, classe ’93, laureato in Economia. Come già anticipato ha partecipato alla stessa edizione di Exosphere di Antonio Ballette.

La sua sembra la tipica storia dello studente fuori sede. Da sempre appassionato di economia, finanza e innovazione, si trasferisce a Milano per studiare. Durante gli studi contribuisce a sostenere le sue spese lavorando come barista. Più tardi segue operativamente la nascita e lo sviluppo di una startup di amici, e questo gli fa scoprire ed apprezzare da vicino il mondo della “nuova impresa digitale”. Laureatosi in economia, trascorre qualche mese all’estero ma torna presto in Italia per iniziare la sua prima esperienza manageriale nel trade di in un’azienda operante nel settore industriale dell’acciaio.

Ma proprio durante quest’ultimo impiego si rende conto di quanto il lavoro da dipendente non facesse per lui. “Non riuscivo a convivere con la mancanza di autonomia. Dovevo fare qualcosa che mi permettesse di esprimermi pienamente”, mi ha detto. “Questa ragione mi ha portato in Brasile; ad Exosphere” ha concluso.

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Una foto di Felice durante un momento in Exosphere

Allora gli chiedo come e quando avesse conosciuto Exosphere.

“Conoscevo Exosphere già del 2012. Dalla sua nascita”, mi rivela. Poi aggiunge: “Antonio Manno è un amico di famiglia. Inoltre con lui c’è un feeling particolare. Devi sapere che entrambi condividiamo la passione per le teorie di Von Mises”.

(Leggi la storia su Exosphere per comprendere meglio questo punto).

Già, perché Felice è un tale sostenitore dell’economia austriaca di Mises che ha collaborato alla review e alla traduzione italiana delle teorie dell’economista per il “Von Mises Institute”.

Ma questa è un’altra storia…

“Exosphere rappresentava i miei più intimi ideali. Ecco perché, quando ne ho sentito l’esigenza, non ho esitato”. Infatti il ragazzo rifiuta il rinnovo del contratto per l’azienda dove lavorava e, con i risparmi messi da parte negli anni, parta per il Brasile, destinazione Exosphere acadamy.

La sua strategia è chiara. Rinforzare la sua mentalità imprenditoriale e seguire il laboratorio sulla blockchain per acquisire le competenze utili allo sviluppo della sua idea di impresa. Sì perché lui aveva già un progetto imprenditoriale; infatti, a differenza di Antonio Ballette, Felice è quello pronto a fare impresa.

Così vado al punto e gli chiedo di spiegarmi la differenza tra i due concetti.

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una foto con Manno, Felice (sullo sfondo), Antonio e altri altri partecipanti al corso di Exosphere

“Diciamo che chi è pronto a fare impresa ha un progetto che vuole realizzare, come nel mio caso, o sente l’esigenza di diventare imprenditore. Ma è necessario precisare come le persone pronte a fare impresa sono anche persone che imparano ad imparare. Exosphere ti permette di interiorizzare l’imparare ad imparare”, e continua, “in quanto pronto a fare impresa, Exosphere mi ha dato il coraggio di sposare un progetto e di essere costante. Mi ha spronato a non accontentarmi o a non accettare gli schemi. Grazie ad Exosphere sono diventato l’imprenditore che ho sempre voluto essere. Anzi, l’innovatore che ho sempre voluto essere!”.

Sì perché il progetto di Felice è davvero innovativo. Con l’applicativo che ha sviluppato insieme ad un socio, permette alle organizzazioni pubbliche e private di rendere accessibili e sicuri i dati rilevanti per persone e prodotti, superando le lentezze burocratiche attuali. Tutto questo grazie alla tecnologia della blockchain.

È a questo punto che Felice mi spiega quanto la blockchain non colpirà solo il settore finanziario ma impatterà anche su molti altri settori, come quello dell’informazione o della comunicazione. “Il 2017 è l’anno della svolta per la catena dei blocchi. Stiamo abbattendo tutte le barriere, e anche le Pubbliche Amministrazioni se ne sono rese conto”, ha sentenziato con naturalezza e convinzione.

Ma anche questa è un’altra storia…

Così gli pongo la mia ultima domanda: “Quindi consiglieresti un’esperienza in Exosphere? E a chi la consiglieresti?”

E senza pensarci un secondo mi risponde: “Lo consiglierei a chiunque. Dal più giovane al più anziano. È quell’ambiente dove potersi confrontare su argomenti di spessore, senza essere considerato il pesante della situazione. Un luogo stimolante ed educativo sia sotto l’aspetto professionale sia sotto l’aspetto umano. Se non accetti gli schemi imposti, la scelta di Exosphere è perfetta; ti smussa e ti indica la strada giusta da seguire per raggiungere i tuoi obiettivi”.

LE MIE CONCLUSIONI

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Voglio tirare le somme.

Quello di imparare ad imparare è il fattor comune di qualunque exospheriano, che abbia o meno il desiderio di fare impresa. Diciamo che il fare impresa è una sorta di stadio successivo non obbligato.

Ma quello che è emerso grazie ai due è, in realtà, una conferma. Exosphere rappresenta davvero un luogo NUOVO. Quel luogo che ogni imprenditore, aspirante tale o anticonformista, con la passione o la curiosità per le innovazioni, dovrebbe visitare per imparare ad imparare, ricaricarsi di nuova linfa e “pensare diverso” (come diceva qualcuno).

Non so voi, ma secondo me ‘sti exospheriani faranno un bel po’ di rumore nel mondo…

Walter Litty (Gabriele Litti)Pagina FacebookLinkedIn Twitter littis92@gmail.com \ littis@hotmail.it

IMPRENDITORI OGGI L’ITALIA DELLE STARTUP. La storia di Exosphere

“IMPRENDITORI OGGI L’ITALIA DELLE STARTUP” è la rubrica settimanale che ho pensato per raccontare il mondo delle startup con gli occhi degli startupper. Una breve storia che pone l’attenzione sulle persone, spiegando le dinamiche che hanno portato dall’idea all’esecuzione, e dando una possibile immagine della startup in futuro.

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Oggi parliamo di Exosphere, l’incubatore di persone che vuole “DISTURBARE L’UNIVERSO”.

CO-FOUNDER

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Quella di Antonio Manno è una storia incredibile. Le vicende legate alla sua vita e a Bid.it sono state trattate dai maggiori giornali, in modo particolare dal 2013, dopo la sua assoluzione dal reato di banca rotta fraudolenta e per via delle scorrettezze e ingiustizie subite a causa delle banche socie.

Nonostante tutto Antonio ha sempre rialzato la testa e inseguito i suoi obiettivi, acquisendo un’enorme esperienza imprenditoriale. Qui due articoli che raccontano la sua straordinaria storia (articolo1 articolo 2 NB sono passati oltre due anni dalla pubblicazione di questi articoli che accennano ad Exosphere. Come leggerete sotto, oggi l’azienda è molto cambiata).

Oggi è co-fondatore di Exosphere e la storia e l’ambizione di questo progetto sono anche più affascinanti. Potrei riassumere Exosphere come un incubatore di persone anticonformiste, visionarie e rivoluzionarie; ma sarebbe riduttivo, soprattutto se si pensa al loro slogan. In Exosphere vogliono “DISTURBARE L’UNIVERSO”.

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La conversazione con Antonio comincia giovedì, su Skype, quando da me, in Italia, erano le 19.00 e da lui, in Brasile, erano le 14.00. La prima cosa che gli ho chiesto era legata ad un suo post su Facebook di qualche ora prima, circa il film “The_startup”. Ero curioso di sapere cosa fosse un “campo dei miracoli”.

Campo dei miracoli

il post di Antonio

Gli ho detto: “Antonio la tua vita è incredibile e in quanto a storytelling ha tutto; è su di te che dovrebbero fare un film lo sai?”, ridiamo. Poi ho continuato chiedendogli cosa intendesse con “campo dei miracoli” e lui mi ha risposto: “vedi Gabriele, il mondo delle startup e quello imprenditoriale stanno attraversando una grande crisi. Oggi per un ragazzo la startup è la più grande illusione. I giovani percepiscono il messaggio che fare startup sia semplice e cool. Bastano un’idea, uno startup weekend, presentare un buon pitch e alla fine si trova un investitore che ti riempie di soldi! È questo il campo dei miracoli. Ed è per via di questa crisi che nasce Exosphere. È la nostra risposta ad un mondo che sembra aver perso il buon senso”.

Ma continua: “questo non vuol dire che non si possa più fare impresa. Anzi il mondo è ancora pieno di problemi da risolvere e ognuno di questi problemi è un’opportunità imprenditoriale. Soprattutto oggi, grazie all’innovazione e alle tecnologie emergenti ed esponenziali. Ma ci vuole buon senso e spirito critico.

Così chiedo più dettagli sull’ultimo punto e lui mi risponde: “la comprensione delle nuove tecnologie è molto più semplice di quanto si pensi. In Exosphere, in 8 settimane, possiamo insegnare a programmare in “solidity” o in “python” (due linguaggi di programmazione ideali per le nuove tecnologie, come la blockchain). Ma non basta. È fondamentale insegnare anche l’aspetto più umano e psicologico del fare impresa ed infondere nelle persone ciò che di più semplice e al contempo rivoluzionario possa esistere; il buon senso.

 Ero affascinato dalla sua mentalità e dalle sue idee, che personalmente condivo molto. Ma volevo capire meglio cosa fosse Exosphere perché la definizione che trovavo online (“incubatore di persone”) non mi bastava.

Così gli ho posto la solita domanda: “Antonio, riusciresti a spiegarmi in 30 secondi Exosphere?”.

E lui: “Be’ Gabriele, io non riesco a definire Exosphere se non utilizzando parole che non amo, perché riportano a quel sistema illusorio di cui ti parlavamo prima” mi dice, riferendosi ai termini “incubatore”, “acceleratore”, “startup community”, ecc. Ma continua: “anche se Exosphere è tutto questo, basandosi però su un principio diverso. È un luogo nato per risolvere i grandi problemi del mondo grazie alle nuove tecnologie emergenti ed esponenziali, e grazie alla comprensione profonda di cosa voglia dire essere imprenditore e di cosa significhi relazionarsi con gli altri”.

Insomma Exosphere non crea startup. O meglio, può anche farlo, infatti sono diverse le persone che dopo l’esperienza in Exosphere hanno avviato il loro progetto imprenditoriale. Ma soprattutto Exosphere accoglie persone con uno spirito diverso e anticonformista, che non accettano la rigidità delle istituzioni, e le forma a livello pratico e umano, insegnando loro la grandezza dell’IMPARARE AD IMPARARE (concetto sul quale torneremo dopo).

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EXOSPHERE OGGI

Dalla sua nascita (2012) ad oggi, Exosphere ha organizzato 8 laboratori da 8 settimane l’uno, ha ospitato più di 250 persone provenienti da 60 paesi e dalle quali sono nate 20 start up\progetti imprenditoriali.

“Oggi continuiamo a perseguire l’obiettivo di disturbare l’universo” mi dice Antonio, precisandomi come “disturbare l’universo” sia un’esortazione al fare e all’essere DAVVERO disruptive. “E in Exosphere permettiamo a chiunque di riuscirci, grazie alla nostra filosofia, ai nostri laboratori e ai nostri mentor”.

Ma vediamo di essere più precisi. Exosphere è così strutturata:

-ogni corso dura minimo 6, massimo 8 settimane;

-ogni corso ha dai 3 ai 4 laboratori;

-ogni laboratorio ha un tema specifico che cambia da corso in corso (l’ultimo aveva 4 laboratori tra i quali scegliere, con temi – Blockchain – IA – Biohacking – Realtà alternativa);

-ogni laboratorio ospita da un minimo di 8 a un massimo di 15 persone, per un totale di 30-40 persone a corso;

-ogni laboratorio è tenuto dai mentor, che sono professionisti e imprenditori esperti dei vari argomenti trattati nei laboratori;

-esistono due macro attività:

  • SCIENTIFICA: quella legata al tema del laboratorio. Quindi tutte le attività pratiche e di discussione inerenti la tecnologia scelta, ad esempio la blockchain;
  • ARTISTICA: tutta la parte più umanistica legata agli aspetti psicologici e filosofici dell’essere imprenditore e non solo.

Ma il cross-learning è tale che gli exospheriani possono, oltre ai loro laboratori, partecipare alle classi degli altri e apprendere orizzontalmente anche sulle altre materie.

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schema che illustra la struttura di Exosphere Academy

Antonio ci tiene a precisare due cose. La prima è che i partecipanti vivono in simbiosi e apprendono l’uno dall’altro per tutto il periodo del corso. La seconda, fondamentale, è che alla fine del corso non si diventa necessariamente imprenditori.

In pratica quando una persona entra in Exosphere da totale neofita nei confronti delle innovazioni o dell’imprenditoria, ne esce come una persona che ha IMPARATO AD IMPARARE. Mentre se entra da esperto (con background economico, ingegneristico, ecc, o con un progetto imprenditoriale), esce da Exosphere PRONTO A FARE IMPRESA.  E i mentor svolgono un ruolo determinante andando ad indicare una strada da seguire, rispetto alle varie situazioni, ambizioni o progetti di ogni exospheriano.

E questi due concetti mi hanno incuriosito al punto che ho chiesto ad Antonio di mettermi in contatto con due persone, ex Exosphere, che appartenevano alle due sfere. E Antonio per semplificarmi l’intervista mi ha presentato due italiani.

Così ho intervistato Antonio Berlette che ha imparato ad imparare, e Felice Rocchitelli che ha lanciato la sua impresa, entrambi partecipanti all’ultimo corso (Questa l’intervista ai due ragazzi).

Dalle interviste è emerso che:

  • Chi impara ad imparare è flessibile ed attento ai cambiamenti ambientali. È mosso dall’interesse e dalla curiosità ed è privo di pregiudizi rispetto a ciò che vuole apprendere. Diventa cosciente dei propri limiti ma pronto a superarli indipendentemente da quanto possa apparire complesso, rimanendo critico ed aperto.
  • Chi è pronto a fare impresa non solo acquisisce la capacità di imparare ad imparare, con tutte le sue implicazioni, ma si mette in gioco realizzando un progetto di impresa, con coraggio, coerenza e costanza, rifiutando la rigidità degli schemi sociali.

Sono soddisfatto ma voglio ancora più informazioni, così chiedo ad Antonio come si piccola skdiventa esxospheriani. E lui mi risponde: “A noi non interessa il background e non ci sono limiti di età. Abbiamo persone che vanno dai 18 fino ai 60 anni. Infatti la partecipazione di persone con età differente determina un vantaggio reciproco. Un exospheriano con 50 o 60 anni di età ha un’esperienza tale che un giovane non può far altro che imparare da lui, e viceversa il più giovane potrà essere d’aiuto al più senior per l’apprendimento delle tecnologie” sottolinea. Ma la parte più intrigante viene quando mi dice: “Noi cerchiamo gli outliers, ovvero persone che non accettano il sistema. Chi critica la burocrazia o la politica. E sono 3 le caratteristiche di un outlier. PASSIONE, CURIOSITÀ e voglia di CAMBIARE IL MONDO. Quindi se identifichiamo nel candidato queste caratteristiche allora accettiamo la sua iscrizione”.

NB tutto il corso si svolge in inglese.

EXOSPHERE DOMANI

Ormai le regole di questa rubrica sono chiare, così pongo ad Antonio la domanda che amo di più. Sì perché è quando si parla del futuro che si capisce la più profonda visione ed ambizione di una persona e dalla sua impresa. Quindi gli chiedo: “dove vedi Exosphere nei prossimi anni?”. Ancora una volta la risposta di Antonio mi ha lasciato stupefatto.

Vedo Exosphere in tutto il mondo. Perché una cosa è certa. Questo progetto non avrà fine con i suoi fondatori. Noi ci vediamo come quei monaci amanuensi che tenevano le prime lectiones magistrales dalle quali nacquero i sistemi universitari che si diffusero nel mondo. Anche Exosphere si diffonderà e diventerà un luogo di scienza (aspetto tecnologico) e di arte (aspetto umano e filosofico) dove tutti gli outliers potranno incontrarsi e cambiare il mondo, insieme”.

gabri3E aggiunge che la loro espansione comincerà (presto) dai Paesi in via di sviluppo, perché vogliono attrarre tutti quei talenti che nel loro Paese non hanno a disposizione i servizi o le tecnologie necessarie a valorizzare le loro potenzialità.

Altro punto che riguarda il futuro dell’azienda e che è praticamente realtà è il ruolo di investitore di Exosphere. Infatti Antonio mi ha rivelato che vogliono finanziare quelle startup ad alto impatto sociale, che hanno una mission disruptive e l’obiettivo di risolvere i grandi problemi del mondo. E lo faranno con Exolab, il loro fondo di investimento. Inoltre è molto probabile che investiranno proprio sui progetti degli exospheriani perché si fidano della mentalità che questi hanno acquisito durante il loro percorso in Exosphere.

Insomma, la strategia è chiara!

CONSIGLIO

E per concludere anche questo appuntamento con “IMPRENDITORI OGGI” ho chiesto ad Antonio quale fosse il suo consiglio per tutte le persone che vogliono fare impresa.

AntonioMannoEd eccolo qui: “SEGUITE VOI STESSI E IL VOSTRO ISTINTO. PERCHÈ UN IMPRENDITORE DEVE AVERE LA FIAMMA DELL’ISTINTO. E SE PROVANO A SPEGNARE QUELLA FIAMMA – (riferendosi alla burocrazia, all’elevata tassazione, ecc) – VOI NON CEDETE E CREDETE IN VOI STESSI!”.

Io vi posso garantire una cosa. Sono poche le persone ad avere la passione, la convinzione e la tenacia che ha quest’uomo. Ha subito colpi fortissimi e avrebbe potuto gettare la spugna molte volte ma ha resistito ed ha sempre protetto la sua fiamma, che oggi è ardente più che mai. Antonio Manno è un highlander! E io credo in lui ed in Exosphere.

E Tu? Tu sei pronto a DISTURBARE L’UNIVERSO!?

Walter Litty (Gabriele Litti)Pagina FacebookLinkedIn Twitter littis92@gmail.com \ littis@hotmail.it

IMPRENDITORI OGGI L’ITALIA DELLE STARTUP. La storia di Let’s Weed

“IMPRENDITORI OGGI L’ITALIA DELLE STARTUP” è la rubrica settimanale che ho pensato per raccontare il mondo delle startup con gli occhi degli startupper. Una breve storia che pone l’attenzione sulle persone, spiegando le dinamiche che hanno portato dall’idea all’esecuzione, e dando una possibile immagine della startup in futuro.

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Oggi parliamo di Let’s Weed, la startup nata dall’idea di due giovani leccesi.

CO-FOUNDER

Conosco Antonio da diverso tempo e considero la sua storia un grande esempio di “impresa oggi” e di startup.  Per questo motivo ho voluto scrivere di Let’s Weed.  Così abbiamo fissato una call skype e venerdì sera, l’intervista con Antonio, è cominciata con la classica domanda:

-“In 30 secondi, cosa fa Let’s Weed?”

-“Let’s Weed è la prima piattaforma italiana all’insegna della salute e del benessere che offre servizi di supporto in ambito Cannabis terapeutica e Canapa industriale. La piattaforma pone grande attenzione alla sicurezza e alla qualità”.

“Abbiamo messo ordine in un settore che era troppo caotico” ci tiene a sottolineare Antonio.

Già perché questo settore era poco strutturato e le persone trovavano difficoltà a soddisfare i loro bisogni o dare risposta a molte domande sul tema cannabis legale.

E proprio le persone, puntualizza Antonio, sono l’elemento focale di tutto il progetto.

AIUTARE LE PERSONE A VIVERE MEGLIO E AD ESSERE PIÙ FELICI. È questa la nostra mission”.

Prima di raccontare la storia però, è utile una precisazione. Antonio e Stefano si sono avvicinati al mondo cannabis senza conoscere niente del settore; hanno imparato lavorando. Inoltre non sono dei fanatici della pianta come mezzo di divertimento. “Noi non fumiamo neanche sigarette” precisa. Il team di Let’s Weed è formato da persone che provengono da contesti accademici e professionali non collegati al settore cannabis e questo rende la startup assolutamente imparziale.

Ed ecco come nasce la startup…

STORIA

Antonio e Stefano si conoscono da sempre, provengono dallo stesso paese, Copertino (LE), sono vicini di casa, sono coetanei e amici per la pelle. Entrambi, da buoni salentini, sono da sempre amanti dalla natura. Ed è proprio in una delle zone naturali più belle del Salento, Porto Selvaggio, che i due esprimono un desiderio comune.

“Era l’inizio di Aprile del 2015 e come nostra abitudine stavamo facendo footing a Porto Selvaggio. Lo facevamo per svuotare la mente, per ricaricare le batterie. Ma quel pomeriggio fu diverso dagli altri” dice Antonio.

Infatti Stefano avanzò una proposta. Una proposta molto semplice ma che cambiò tutti i loro piani. “Antonio, perché non mettiamo insieme le nostre competenze e creiamo una startup?”

Immersi nella pace di una terra incontaminata comincia tutto quanto. I due diventano sempre più motivati dal desiderio di migliorare una parte del sistema sanitario italiano offrendo servizi di supporto innovativi e di facile accesso. Sì, perché era la sanità il settore in cui decisero di fare il loro ingresso.

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un’immagine di Porto Selvaggio

“Fu subito evidente che per raggiungere questo obiettivo era necessario individuare una nicchia di mercato in cui collocarsi, considerando come quello sanitario fosse un settore troppo grande, complesso e competitivo” dice Antonio. Poi continua raccontandomi:

“Ho pensato a Let’s Weed di notte, tra fasi di dormiveglia e sonno profondo, abbozzando l’idea su un foglio di carta che ero solito lasciare sulla mia scrivania”, e aggiunge, “capì subito che moltissime persone avevano grande difficoltà ad orientarsi in un settore tanto complesso. Era veramente troppo difficile trovare un medico in grado di prescrivere terapie a base di cannabis e una farmacia che consentisse l’accesso al farmaco. Addirittura molti professionisti sembravano disorientati dall’argomento. Pensa che al tempo erano pochissime le farmacie e pochissimi i medici che si interessavano al settore, tanto che la gran parte delle persone si informava attraverso il passaparola, fino a fare centinaia di km per procurarsi il farmaco. Insomma c’era bisogno di offrire servizi di supporto”.

È qui che entra in gioco Marina, sorella di Antonio, avvocato ed elemento attivo del team. Grazie al suo aiuto ed alla sua preparazione infatti, dopo una sola settimana, i ragazzi acquisiscono la conoscenza di tutti i quadri legali in merito all’argomento trattato.

E dopo un’altra settimana viene messa online la prima versione di Let’s Weed. Si trattava di un sito vetrina molto semplice ma anche molto chiaro. L’immagine dello stivale italiano in grado di raccogliere e mostrare tutte le farmacie e tutti medici che operano nel settore cannabis legale. Un’idea semplice.

“Stefano è un abile programmatore” dice con soddisfazione Antonio, “per questo motivo, già a fine aprile, il sito vetrina di Let’s Weed era online”.

C’erano la data del lancio ufficiale (Gennaio 2016) una breve descrizione del sito ed un messaggio chiaro: “sei un medico o una farmacia del settore cannabis? Allora registrati su Let’s Weed”.

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La mappa di Let’s Weed oggi

Furono 9 mesi in cui la piattaforma crebbe tantissimo. La cosa che più di tutte sorprese i ragazzi fu che giornali, anche molto importanti, cominciarono a parlare di Let’s Weed in modo spontaneo. La conseguenza fu un effetto domino sulle persone, professionisti e non, che cominciarono a registrarsi in massa.

“Ma i giornali come hanno fatto a conoscere Let’s Weed?” ho chiesto. Ed Antonio mi ha risposto che in quel periodo il tema cannabis era molto caldo e loro furono bravi a raggiungere gli utenti e creare attesa. “Chiaramente è stato un crescendo” aggiunge, “i giornali che si sono imbattuti nel progetto ne hanno compreso il potenziale ed hanno cominciato a scrivere. Alcuni degli articoli su Let’s Weed ebbero migliaia di condivisioni e questo contribuì alla crescita della piattaforma” (alcuni dei primi articoli: Il fatto quotidiano – StartupItaliaRepubblica).

Furono mesi in cui imparammo tanto di quel mondo. Cominciammo a capire i problemi delle persone con malattie e le esigenze informative, anche dei professionisti.

Ci confrontavamo spesso con i nostri iscritti, ed anzi, parlare con loro è stato il nostro valore aggiunto. Ci ha permesso di affinare e migliorare il progetto e di raccogliere informazioni utili a disegnare le strategie post-lancio.

Arrivammo così a Gennaio 2016 con un elevato numero di utenti, una buona notorietà, delle conoscenze approfondite del settore e delle esigenze, e una strategia chiara.

LET’S WEED FINO AD OGGI

Così da Gennaio i servizi offerti da Let’s Weed divennero personalizzabili attraverso l’apertura libera e gratuita di un account.

L’account è determinante per il sistema su cui regge Let’s Weed. Nello specifico sono gli “interessi” ad avere un valoro strategico. Come mi spiega Antonio: “L’interesse viene selezionato dall’utente in fase di registrazione e riguarda le patologie trattabili con la cannabis. In questo modo la piattaforma individua tutte quelle persone che hanno interessi comuni e le segnala all’utente. E ciò è molto importante per coloro che hanno un problema di salute, perché possono condividere esperienze e scambiarsi informazioni grazie al nostro sistema di messaggistica. Questo diventa anche un supporto psicologico. Se prima queste persone (o i loro parenti) si sentivano sole, oggi Let’s Weed riesce ad aiutarle”.

Inoltre il sistema è geolocalizzato e gli utenti possono conoscere quali sono i medici, le farmacie e le persone più vicine alla propria posizione. E una volta trovati possono aggiungerli ad una lista contatti.

“Poi abbiamo voluto agire anche sui limiti e sulle inesattezze informative di cui questo settore è pieno. E lo abbiamo fatto con il servizio Domande&Risposte”.

Domande&Risposte, come intuibile dallo stesso nome, offre la possibilità di fare domande su un argomento legato ad uno degli interessi della piattaforma e di ricevere delle risposte affidabili e di qualità (due importanti concetti sui quali torneremo tra pochissimo).

Ancora più recente è la parte industriale. Let’s Weed infatti ha da poco aperto le porte a tutte quelle aziende italiane che coltivano e trasformano la cannabis ed ha ampliato la lista degli interessi per gli utenti.

Queste aziende producono olio, farine, tessuti, prodotti edili ed altri materiali che garantiscono un positivo impatto ambientale grazie alle proprietà della pianta. Ma Antonio ci tiene a precisare che l’apertura è perfettamente in linea con la Mission della piattaforma; “aiutare le persone a vivere meglio e ad essere più felici”. E aggiunge che proprio l’aiuto dell’industria permette di migliorare la qualità della vita delle persone contribuendo alla loro felicità. “È come per il food”, dice, “Se mangi prodotti sani e naturali sarai più in salute e starai meglio”.       Ma ciò è possibile ad una condizione, ovvero che la sicurezza e la qualità vengano assicurate.

Ed è a questo punto, quando per l’ennesima volta si soffermava su questi due concetti, che chiedo cosa intendesse per Qualità e Sicurezza e come Let’s Weed riuscisse a garantirle.

Lui mi ha risposto che: “è un settore molto delicato. Troppi attori del sistema cannabis terapeutica ed industriale dicono la loro senza conoscere fino in fondo ciò di cui parlano o gli aspetti giuridici connessi. Oppure alcuni dei prodotti presenti sul mercato sono realizzati con canapa importata, della quale non è possibile acquisire le giuste informazioni” e continua, “Let’s Weed, invece, vuole offrire solo il meglio ed è per questo che i nostri controlli sono rigorosi. Infatti ogni farmacia, medico o azienda che si registra sulla piattaforma deve in primis essere italiana e poi deve documentare la sua conformità con le leggi vigenti e rispondere ai parametri che ne certificano la qualità e la professionalità”.

“Ma così facendo non potresti mettere troppi paletti alla crescita di Let’S Weed?” chiedo.

“Al contrario” risponde lui, “non solo siamo in forte crescita, ma i feedback degli utenti ci fanno capire come siano proprio le nostre regole ferree a farci apprezzare dalle persone e dall’intero settore”.

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DOVE SARÀ LET’S WEED NEI PROSSIMI ANNI

“Quindi, ad oggi, Let’s Weed ha fatto emergere il settore della cannabis legale in Italia, ha messo ordine tra i vari attori del sistema ed ha assicurato professionalità ed alta qualità. Insomma avete fatto poco per adesso”, scherzo. E dopo qualche altra battuta sul grande lavoro svolto, gli pongo la domanda: “ma se ti chiedessi dove sarà Let’s Weed tra un anno?”.

“Ecco” risponde Antonio, “una volta garantite qualità e sicurezza a 360°, l’obiettivo è rendere l’utente molto più libero sulla piattaforma. Ad esempio con il servizio Domande&Risposte, che al momento è aperto soltanto ai professionisti. A brevissimo sarà una funzione accessibile a tutti anche grazie a Q-Rank ed alle segnalazioni. Q-Rank è l’algoritmo, di cui andiamo più fieri, sviluppato da noi, che permetterà ordinare i contenuti della piattaforma in ordine di qualità. Le segnalazioni invece, ci permetteranno di individuare ed eliminare contenuti che possono essere offensivi per gli utenti”.

Antonio mi ha anche rivelato che entro l’anno prossimo Let’s Weed svilupperà l’app mobile, con l’obiettivo di massimizzare l’efficacia dei servizi messi a disposizione.

Allora continuo: “E tra 5 anni invece? Dove vedi Let’s Weed?”

“Be’ io immagino Let’s Weed come un marchio sempre più sinonimo di salute e benessere. Credo che in futuro collaboreremo con importanti realtà del mondo sanitario, rimanendo però sempre ancorati ai nostri valori e alla nostra mission”.

CONSIGLIO

Ecco il consiglio di Antonio. Un consiglio per tutti coloro che hanno intrapreso un percorso imprenditoriale o ci stanno pensando:

Dovete avere coraggio. Non abbiate paura di niente e nessuno. Se credete in un’idea o in un progetto allora fatelo e basta! Sapete, all’inizio di questo viaggio io stesso mi ripetevo sempre che il modo migliore di fare qualcosa era INIZIARE A FARLA. Così ho smesso di parlare e ho iniziato a fare. Il risultato è stato LET’S WEED. Abbiate coraggio”.

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una foto di me e Antonio durante l’intervista su Skype

Walter Litty (Gabriele Litti) – Pagina Facebook – LinkedIn – Twitter – littis92@gmail.com \ littis@hotmail.it

IMPRENDITORI OGGI L’ITALIA DELLE STARTUP. La storia di Adventure Addicted

“IMPRENDITORI OGGI L’ITALIA DELLE STARTUP” è la rubrica settimanale che ho pensato per raccontare il mondo delle startup con gli occhi degli startupper. Una breve storia che pone l’attenzione sulle persone, spiegando le dinamiche che hanno portato dall’idea all’esecuzione, e dando una possibile immagine della startup in futuro.

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Oggi parliamo di Adventure Addicted, un progetto nato dalla passione di tre ragazzi romani.

CO-FOUNDER

Ho incontrato per la prima volta Pietro, Gabriele e Ottavio a metà Marzo in Bocconi, durante uno Startup Grind. Quando mi hanno raccontato della loro startup sono rimasto colpito, oltre che dall’idea, dalla passione che mettevano nel parlarmene. Così ho pensato di scrivere di loro, dando vita ad una rubrica che da tempo meditavo di realizzare.

Una settimana dopo li contatto e ci accordiamo per un’intervista. E il 23 Marzo, alle 19.00, in Corso Como, quell’intervista comincia così (dopo aver ordinato da bere):

-“Allora ragazzi, mi dite in 30 secondi cosa fa ADVENTURE ADDICTED?”,

– “Adventure Addicted è una piattaforma che permette agli appassionati di qualsiasi sport outdoor di praticare i propri sport preferiti con facilità, risolvendo i problemi legati alla conoscenza del posto, alla compagnia e soprattutto alla sicurezza”. (Qui il link)

Sì, perché questi tre fattori per lo sport outdoor sono critici. Le attività outdoor si praticano in natura e vanno dallo sci, al surf, alla mountain bike, all’arrampicata, e ne comprendono tanti altri. Quindi sono degli sport che dipendono totalmente dalle condizioni climatiche e dalle tipologie di terreno. Ed è per questo che gli appassionati viaggiano per il mondo pur di praticarli. Ma ciò comporta delle difficoltà.

Bisogna conoscere il posto e sapere dove andare, sia per trovare la discesa più bella ad esempio, sia per evitare pericoli, come le valanghe. E poi, ci tengono a precisare, c’è una regola non scritta in questi sport; MAI PRATICARLI DA SOLI!

Praticarlo in compagnia infatti non è solo motivo di sicurezza, non vuol dire solo dividere le spese, ma è anche una questione emozionale; di condivisione. “Happiness is only real when shared” mi dicono (è la frase di “Into the wild”, uno dei loro film preferiti).

STORIA

Ed ecco come nasce Adventure Addicted.

Pietro, Gabriele e Ottavio si conoscono sin da bambini e lo sport è sempre stato l’elemento comune della loro vita. Sono stati educati allo sport dai genitori, anche loro appassionati di outdoor. Quando vivevano a Roma ai ragazzi risultava facile organizzare delle uscite per fare sport; conoscevano dove andare e con chi. Ma due anni fa scelgono di trasferirsi a Milano per studiare. Ed è proprio da Milano che comincia la storia di Adventure Addicted.

Mi spiegano come per la prima volta si trovarono ad affrontare le famose criticità POSTO-COMPAGNIA-SICUREZZA.

Consultavano il meteo assiduamente e quando uno dei tre si rendeva conto che le condizioni meteo del giorno dopo erano ideali per un’uscita chiamava gli altri, i quali però, studiando in facoltà diverse, tra esami e lezioni, non erano quasi mai disponibili. Inoltre non conoscevano altre persone di Milano con la stessa passione e che sapessero indirizzarli.

Allora, spinti dalla voglia di avventura, solo Pietro e Ottavio riescono ad organizzarsi per un viaggio in Giappone. Cominciano quindi a spargere la voce per trovare altre persone con cui condividere il viaggio. E quando trovano dei compagni con cui partire si rendono conto di come anch’essi, nonostante fossero più grandi ed esperti di loro, riscontrassero gli stessi problemi. Queste persone inoltre cominciarono ad affidarsi completamente ai due ragazzi che divennero i soli responsabili dell’organizzazione del viaggio. Così iniziarono a pensare di organizzare più spesso questi viaggi coinvolgendo altri appassionati ed occupandosi personalmente di ogni dettaglio.

Siamo a Gennaio 2016 e mentre Pietro e Ottavio vivono la loro avventura, Gabriele, rimasto a casa, “rosicava” (come lui stesso mi dice). “A me rodeva perché io ero a casa mentre questi due sciavano in Giappone”. Ridono.

Allora anche a Gabriele viene un’idea. Comincia a chiedersi: “E se esistesse una specie di Blablacar per lo sport? Un servizio che mi permette di vedere le gite che stanno organizzando le altre persone e di aggiungermi se interessato? Un Blablasport insomma”.

Così, dopo quel viaggio, i tre ragazzi cominciano a discutere le loro idee fino a partorire quel concept che prenderà poi la forma di Adventure Addicted.

-“Quindi è grazie al Giappone che nasce la startup?” chiedo.

-“Diciamo che il Giappone è stato fondamentale per gettare le basi. Ma è tra Giugno e Luglio dello scorso anno che decidiamo di dar vita ad Adventure Addicted. È stato grazie al Marocco!”. Si guardano e sorridono. Mentre lo dicevano erano visibilmente emozionati.

Dopo il Giappone riescono infatti ad organizzare un’avventura di oltre 40 giorni in Marocco coinvolgendo nuovamente altre persone.

Mi parlano del Marocco come “l’avventura elevata all’ennesima potenza”. Partono a metà luglio da Roma con l’auto che diventerà la compagna di avventure del team e mascotte di Adventure Addicted; “Mafalda”, una Toyota Land Cruiser del 2002, del padre di Pietro, che per 41 giorni ha fatto anche da casa ai ragazzi. Dormivano in quell’auto!

Arrivati in Marocco dal primo giorno cominciano a praticare ogni tipo di sport possibile. Arrampicata, sandboard, off-road, surf, ecc. Un’avventura vissuta tra 4 catene montuose, 2 deserti, l’Oceano Atlantico ed il Mar Mediterraneo.

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due foto dei ragazzi e Mafalda, durante il viaggio in Marocco

“Gli ultimi giorni in Marocco pensavamo a quanto fosse bello tutto ciò che stavamo vivendo noi” dicono, “Allora fissammo un obiettivo comune. Dovevamo permettere a tutti gli sportivi di poter provare le nostre stesse emozioni. Dovevamo creare qualcosa che rendesse tutto quanto più semplice e accessibile”.

Infatti, tornati dal Marocco, cominciano a lavorare su Aventure Addicted e neanche un mese dopo, mentre si trovavano in montagna, incontrano una delle persone con cui Pietro e Ottavio avevano condiviso il viaggio in Giappone. Gli raccontano il progetto e lui, cosciente dei problemi organizzativi di questi sport e delle capacità dei ragazzi, si offre, insieme ad un suo amico, di finanziare tutta la parte di sviluppo.

Adventure Addicted ha inizio.

ADVENTURE ADDICTED FINO AD OGGI

È il momento di lavorare. I ragazzi aprono la pagina Facebook (qui il link), cominciano a studiare il mercato, a mettere su un business plan e a realizzare le analisi swot. Si rendono subito conto che il mercato è grande e che i competitor sono specializzati per singoli sport. Quindi sarebbe Adventure Addicted l’unica ad occuparsi di ogni sport outdoor a 360 gradi.

A novembre la società è costituita e da lì in poi i ragazzi si imbattono in molte persone che li aiutano a mettere in piedi la startup. Tra questi Raimondo di Officine 06, la persona che realizza la parte software dando vita alla piattaforma, insieme a tutto il suo team, ed Alessandro, un amico e compagno di studi che aveva condiviso con i ragazzi l’esperienza in Marocco, che si appassiona al progetto ed entra in società, diventando un importante elemento del team.

Nel frattempo Pietro, Ottavio e Gabriele continuano a viaggiare per sport, insieme ad una Mafalda sempre più stampigliata con i loghi della startup, e postano sulla pagina Facebook tutte le loro avventure. In due mesi la pagina facebook supera i 2500 like.
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Tutto porta ad oggi. Un’app pronta per essere lanciata entro i primi di Aprile.

Sapete, loro hanno insistito perché scrivessi dell’app. E vi dico che, dopo averne ascoltato le funzionalità, ho capito perché ci tenessero così tanto. L’app è pensata come un gioiellino di cui qualunque appassionato o curioso non potrebbe fare a meno. Ci si registra, si scelgono gli sport di interesse e si ricerca la gita (che dura una giornata o un weekend) o l’avventura (un viaggio) alla quale potersi aggiungere; oppure un utente crea la propria gita aspettando che si aggiungano altre persone. Ma la parte più importante e che risolve la terza criticità (sicurezza) è la funzione “S.O.S.”.

Questa funzione permette di conoscere le coordinata gps relative alla posizione di un utente e di chiamare, direttamente dall’app, i soccorsi. Immagina di esserti ferito in montagna e di non sapere esattamente dove sei; hai bisogno di cure mediche magari piuttosto urgenti. Come fai?

Adventure Addicted ha risolto il problema.

DOVE SARÀ ADVENTURE ADDICTED NEI PROSSIMI ANNI

-“Innanzitutto il mercato al quale ci rivolgiamo è l’Europa; l’utente medio infatti è internazionale. Sappiamo che la maggior parte delle persone che praticano sport outdoor è situata sull’arco alpino, tra Italia, Germania, Francia, Austria e Svizzera; per questa ragione app e sito sono completamente in inglese”.

Allora chiedo: “parlatemi meglio degli obiettivi che vi siete posti da qui ad un anno”.

-“Il nostro obiettivo è la crescita; una crescita quanto più rapida possibile. Quindi conquistare l’arco alpino entro 1 anno, raggiungendo un minimo di 10.000 iscritti”. Continuano: “Adventure Addicted dovrà diventare la community di riferimento di chi ama lo sport outdoor. Vogliamo diventare un elemento indispensabile per chi pratica questi sport”.

-“Insomma avete le idee chiare a quanto sembra” gli dico, “Ma se vi chiedessi dove vedete Adventure Addicted tra 5 anni?”, sorridono ma rispondono senza indugio.

-“Crediamo di poter espanderci in tutta EUROPA e perché no in tutto il MONDO. Crediamo che la community si autoalimenti e cresca in modo naturale. E in un futuro ancora più lontano vediamo Adventure Addcited come sponsor di eventi e competizioni agonistiche di sport outdoor. Certo avremo bisogno di investitori, per questo vogliamo entrare in un incubatore che ci dia una mano a crescere insegnandoci come ci si muove e come poter trovare i fondi necessari alla nostra crescita”.

CONSIGLIO

Questa è stata la mia ultima domanda: “bene ragazzi allora che ne dite di chiudere con un vostro consiglio a chi vuole intraprendere la strada della startup?”.

Questa la loro ultima risposta; il consiglio di Pietro, Gabriele e Ottavio: “Se capisci di avere un’idea che viene da dentro, che ti soddisfa personalmente; se capisci che può essere realizzata e se la possibilità che si realizzi ti esalta; se capisci questo, allora impiega tutte le risorse che hai per renderla realtà”.

Sono state circa due ore di intervista, ma sono volate. Mi sono reso conto della passione incondizionata che i ragazzi provano per questi sport e di quanto credano in Adventure Addicted. Sono stato felice di aver inaugurato la mia rubrica con loro, perché sono proprio questi gli IMPRENDITORI di OGGI dei quali voglio parlare per raccontare L’ITALIA DELLE STARTUP.

io insieme a Pietro, Gabriele e Ottavio, dopo l’intervista

Gabriele Litti (Walter Litty) –Pagina Facebook – LinkedIn – Twitter – littis92@gmail.com

Ah, quasi dimenticavo, il motto di Adventure Addicted è

Andare sempre; non importa dove!”, sono forti ‘sti tre eh!?

Ma la realtà virtuale non costa troppo?

La Virtual Reality (VR) è una realtà simulata descrivibile come uno spazio virtuale con il quale poter interagire attraverso un visore e altri dispositivi (guanti, joystick, ecc).

E di VR si parla da moltissimo tempo, ma mai come negli ultimi 2-3 anni. E la ragione, a mio avviso, sta proprio nella pubblicità, giustificata dagli enormi investimenti, che la grandi aziende fanno della realtà virtuale. Su tutte sicuramente Facebook che nel 2014 ha acquistato Oculus Rift per la modica cifra di 2 miliardi di dollari.

Ma l’interesse delle grandi company (oltre Facebook anche Goolge, Samsung, Sony, HTC con Valve, ecc) così come quello di molte startup, è inevitabilmente legato alle prospettive che crea questa tecnologia, soprattutto in settori come entertainment, gaming, film, retail e altri più “particolari” come il mercato delle scommesse, e non solo (leggi qui)oculus-rift-cv1-e3-2015-paul-james

Pensa che un anno fa la Goldman Sachs ha stimato che il mercato della realtà virtuale insieme a quello della realtà aumentata potrà raggiungere un valore di 80 miliardi entro il 2025. (leggi qui).

Nonostante ciò però i dati del 2016 sono stati meno rosei di quanto ci si aspettava. Infatti solo i dispositivi meno costosi e performanti hanno avuto successo. Addirittura i cardboard di Google hanno raggiunto il 69% della quota di mercato, i Samsung Gear VR il 17%, ed il restante 14% diviso tra HTC VIVE, PlayStation VR, e altri. Oculus rift non è neanche riuscito a raggiungere il punto percentuale.

La ragione è palese. Il prezzo.

Per un OCULUS RIFT infatti la spesa media supera i 700€, un HTC VIVE invece costa anche di più (oltre 900€). Inoltre questi dispositivi devono essere supportati da PC di ultima generazione che reggano hardware così potenti.

Acquistare dispositivi di alta gamma insomma equivale oggi ad investire in uno strumento ludico che (a quanto pare) non vale tutti quei soldi.

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io durante il mio viaggio intorno alla stazione spaziale internazionale

Ti voglio confermare però quanto sia “wow” un’esperienza in realtà virtuale. Ho avuto il piacere  di provare un oculus VR. Ho “visitato” la stazione spaziale internazionale e ti assicuro che è stata grandioso; ho vissuto una realtà simulata super immersiva. Sembrava di essere davvero nello spazio.

Ma c’è un dato di fatto; il mercato. I consumatori hanno parlato forte e chiaro. A queste condizioni (una media di 800€ per il dispositivo VR e, se non lo si possiede, circa 1000€ per il computer) affari non se ne fanno.

Quindi, perché la virtual reality possa davvero decollare, i prezzi per accedere ai dispositivi più performanti (non me ne vogliano cardboard e co) DEVONO diminuire!

E, notizia delle ultime settimane, sembra che Mark Z lo abbia capito. Oculus ha infatti annunciato una riduzione del prezzo dei visori di 200 dollari (leggi qui). Basterà!?

Staremo a VEDERE (ahahahah).

Sempre tuo,

Walter Litty (Gabriele Litti) – Pagina Facebook – LinkedIn – Twitter – littis92@gmail.com

Bitcoin e la criptovaluta tutta. Opportunità!?

Nelle ultime settimane il bitcoin è stato prima scambiato per un valore superiore a quello dell’oro (leggi qui), poi il valore è precipitato ed infine la SEC ne ha bocciato la quotazione (leggi qui).

Insomma il bitcoin è al centro dell’attenzione. Pare esistano però due fazioni contrapposte. Sostenitori e oppositori.

I sostenitori invocano cambiamento e innovazione e spesso si schierano verso la parte più “anarchica” che si oppone al monopolio governativo della moneta e ad un sistema bancario lento e rigido.

Gli oppositori, perlopiù appartenenti al mondo della finanza, trovano invece rischiose le transazioni di danaro senza intermediari, nonostante la sicurezza garantita dalla blockchain, e vorrebbero regolamentare la criptovaluta.

Bitcoin

Ma proviamo ad osservare il bitcoin in modo più critico e superpartes. Ecco le 6 caratteristiche più rilevanti:

  • L’offerta di bitcoin è inelastica e quindi non varia con la domanda;
  • Le transazioni in bitcoin sono molto veloci. Possono richiedere qualche minuto se si richiede la conferma dalla blockchain o possono essere istantanee se sono operazioni a “zero conferma”;
  • le spese di transazione sono gratuite o comunque molto più basse dei sistemi tradizionali;
  • una persona che ha inviato bitcoin non può tentare di recuperarli senza il consenso del destinatario;
  • le transazioni in bitcoin sono basate su un sistema crittografato, su una chiave pubblica e una privata;
  • grazie alla blockchain tutti conoscono le transazioni avvenute, il loro valore e dove erano indirizzate, ma si conoscerà solo l’indirizzo bitcoin, non il proprietario e le sue generalità.

Personalmente vedo il bitcoin come un’opportunità. Credo però che sia necessaria una maggiore fiducia nella nuova valuta, a partire dalle istituzioni; pubbliche e private.blockchain-consensus

Non credo invece alla morte delle banche centrali e piuttosto mi associo all’idea che la valuta digitale insieme alla blockchain possa fare una concorrenza legale ai sistemi tradizionali.

Se vuoi approfondire l’argomento eccoti due link che sapranno esserti d’aiuto:

L’idea di Ferdinando Ametrano (Link), uno dei maggiori esperti di bitcoin in Italia                ed il Tedx, full english, di Don Tapscott  (Link).

Walter Litty (Gabriele Litti) Email: littis92@gmail.com    LinkedIn – Twitter – Facebook

“Future Viewing” un esempio da seguire per promuovere la sicurezza informatica

GRAZIE GOOGLE.

Il 5 marzo 2017, a Milano, in Via Vincenzo Capelli, intorno alle 17.00, dopo 1 ora e mezzo di fila, ho potuto visitare “Future Viewing”, la mostra d’arte organizzata da Google. Tema della mostra la sicurezza informatica.

Si è trattato di un percorso da fare indossando i cardboard (i visori low cost made in Google) che mostravano delle opere realizzate totalmente in virtual reality con l’app “Tilt Brush”. Ogni opera riportava al tema della mostra.

io goo eccomi durante la visita alla mostra

Ma se ti stai chiedendo perché proprio BigG si sia scomodata così tanto da ideare un evento tutto basato sulla sicurezza online sappi che non è “future viewing” la prima iniziativa di Google sul tema. Lo ricordi il bus di Google che viaggiò per Milano, Bologna, Roma, Napoli e Cagliari? (leggi qui).

Bene. Il motivo per cui Google decide di far sentire la sua voce sul tema “sicurezza informatica” è palese oggi più che mai. Il 2016 è stato l’anno peggiore in termini di cybersicurezza, e lo accerta il rapporto Clusit, Associazione italiana per la sicurezza informatica (leggi qui).

I dati sono eclatanti ed allarmanti. Le attività di crimine informatico sono in aumento del 9,8% e sale a +117% il numero di attacchi a scopo di cyberwerfare. Il nostro Paese ha registrato 1050 attacchi informatici classificati come “gravi” ed è salito nella top ten dei paesi più colpiti al mondo. Il più grave tra gli attacchi subiti in Italia è stato sicuramente quello alla Farnesina (leggi qui).

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A livello macro altri eventi hanno fatto rumore negli ultimi mesi, come gli attacchi informatici all’ospedale di Hollywood, la cyber-rapina alla Banca del Bangladesh, il furto degli account Yahoo e quello dei dati degli utenti Friendfinder (sito di incontri).

Nonostante ciò però le persone sembrano essere poco informate sul tema. Forse ritengono ancora che un mondo virtuale sia in quanto tale separato da quello reale; forse ritengono ancora che essere utente non voglia dire essere persona.

È chiaro allora come, oltre alle necessarie manovre governative (vedi novità sul decreto) o ai software e hardware dedicati diventa necessario sviluppare dei programmi e delle attività di sensibilizzazione. E ancora poche sono le organizzazioni che DAVVERO si mobilitano per rendere le persone coscienti e consapevoli dei pericoli reali di un mondo virtuale, educandole a dar peso alle loro azioni online ed offline per difendersi dai crimini informatici.

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Ecco perché ho cominciato questa mia riflessione ringraziando Google. Perché è una delle poche organizzazioni che concretamente sta ponendo l’attenzione sul tema mettendo al centro le persone.

Sai, “future viewing” non è stato nulla di SORPRENDENTE, niente di “WOW”, ma è di certo stato un modo originale ed efficace per dire: “FATE ATTENZIONE!”, per incuriosire e quindi motivare la gente a porsi delle domande sulla sicurezza informatica. È questo ciò che serve; sensibilizzare le persone, renderle attente ed informate.

Ora, semmai con queste poche righe ti avessi spinto ad informarti di più :), ti segnalo qui sotto due link che indicano le buone prassi da seguire ed i mezzi più utili per la tua sicurezza informatica; uno è del Ministero Della Difesa e l’altro è dell’uomo che il mondo intero ci invidia, il maestro Aranzulla:

Ministero Della Difesa \ Sua Immensità Aranzulla salvatore-aranzulla-1

Adesso scusa ma ti saluto, vado a fare il back-up dei miei dati ed a cambiare tutte le mie password! Non si sa mai…

Alla prossima Gabriele Litti (WALTER LITTY)  littis92@gmail.com – LinkedIn – Twitter – Facebook

TU SEI GIÀ UN CYBORG. LO DICE ELON MUSK

Di recente a Boston si è tenuta la conferenza “Superintelligence: Science or Fiction?” ospitata dal “Future of Life Institute”. Il tema trattato è stato quello dell’intelligenza artificiale e come questa influenzerà le nostre vite nel prossimo futuro.

Alla conferenza hanno partecipato i maggiori esperti del settore e alcuni tra i visionari del nostro secolo che stanno continuando a cambiare le regole del mondo. Tra questi il signore di Tesla Motors e di SpaceX; Mr. Elon Musk.

Dopo aver discusso i diversi punti sul tema il gruppo ha concluso che l’intelligenza artificiale sarà onnipresente nel mondo ed è solo questione di tempo prima che ciò accada. Ora, il fatto che Musk ritenga inevitabile l’estensione globale e totale dell’AI nelle nostre vite non sorprende; può sorprendere invece la sua idea secondo cui tutti noi siamo già dei cyborg. Questa sua convinzione sarebbe giustificata dall’utilizzo che l’uomo fa di smartphone e computer; devices che arrivano a rappresentare delle vere e proprie estensioni fisiche di chi li utilizza.

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Musk ha affermato:“Hai di gran lunga un maggior potere rispetto a quello che il Presidente degli Stati Uniti d’America aveva 30 anni fa. Se hai un collegamento internet puoi comunicare con milioni di persone, puoi comunicare istantaneamente con il resto del mondo. Cioè, questi sono dei poteri magici che fino a qualche tempo fa non esistevano. Quindi siamo già tutti quanti dei superuomini, siamo tutti dei cyborg!”

Ha poi aggiunto che è necessario riuscire ad integrare l’uomo con la macchina in modo definitivo, ovvero agendo direttamente sul cervello. Una simbiosi completa che secondo Musk deve realizzarsi globalmente, senza distinzioni, perché, a suo avviso, se solo un piccolo gruppo di persone dovesse munirsi di tali “poteri” allora questi individui diverrebbero i dominatori della terra!

Elon Musk non è certo nuovo ad affermazioni di questo tipo. Ad esempio nel 2014 utilizzò Twitter per dire al mondo che l’AI sarebbe potuta diventare “più pericolosa di una testata nucleare”. Aggiunse anche una riflessione: “Spero non saremo solamente il boot loader biologico per la super-intelligenza digitaleSfortunatamente, questo è sempre più probabile”.

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Qui il video della conferenza: https://www.youtube.com/watch?v=h0962biiZa4

Ad ogni modo, se proprio devo diventare una specie di cyborg spero tanto di essere uno alla RoboCop e combattere il crimine piuttosto che uno alla Terminator alla ricerca della Sarah Connor di turno.  901935-product-feature

GABRIELE LITTI (Walter Litty) contatti:

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